Vittorio Angiolini ed il Gruppo di Pisa:
un grande giurista, un grande uomo, un grande amico
1. Vittorio e il Gruppo di Pisa
Vittorio si sentiva molto legato al Gruppo di Pisa, di cui è stato tra i fondatori.
I rapporti di amicizia, stima e la comunanza di interessi scientifici sono stati alla base della decisione di sperimentare un nuovo tipo di incontri, fondati sulla informalità e con carattere dichiaratamente generazionale, iniziati a Pisa nel 1990, dove Vittorio presentò un intervento dal titolo di per sé significativo La Corte senza il ‘processo’ o il ‘processo’ costituzionale senza processualisti?.
In quella occasione, com’è noto, si costituì un gruppo di persone che decise di chiamarsi “i giovani costituzionalisti”, nome che poi, a causa dell’inesorabile scorrere del tempo, fu mutato nell’attuale “Gruppo di Pisa”.
Con Gino Paoli si potrebbe dire che “eravamo quattro amici al bar [della Università] che volevano cambiare il mondo” e Vittorio era uno dei più attivi, tant’è che si offrì subito di organizzare il secondo incontro annuale, svoltosi a Ferrara l’anno successivo, nel quale egli tenne la relazione centrale su Libertà costituzionali e libertà della giurisprudenza, cosa che si ripeterà poi nel maggio del 1997 con il seminario di Milano su Il contraddittorio nel giudizio sulle leggi.
Nel 1993 a Messina partecipò con uno scritto su Motivazione, dispositivo e correzione di ‘errori materiali’ nelle decisioni della Corte costituzionale e poi fu presente anche negli anni successivi.
Ricordiamo il convegno annuale del 1994 a Macerata e la sua relazione su Il ‘pluralismo’ nella Costituzione e la Costituzione per il “pluralismo”, quelli del 2007 a Siena, in occasione dell’incontro su I principi generali del processo comune ed i loro adattamenti alle esperienze della giustizia costituzionale, dove curò la sintesi dei lavori della prima sessione, del 2008 a Milano con la relazione su L’interpretazione conforme’ nel giudizio sulle leggi, del 2010 a Stresa e le sue riflessioni su Il processo costituzionale vent’anni dopo, del 2021 a Milano dove intervenne su Il processo costituzionale dopo la riforma della norme integrative.
Vittorio ha inoltre fatto parte del primo direttivo del Gruppo di Pisa, presieduto da Lilita Anzon, che ci ha da poco lasciato e che desideriamo qui pure ricordare quale studiosa raffinata ed amica affettuosa, e del comitato di direzione della Rivista di diritto costituzionale, strettamente legata alle iniziative del Gruppo, fondata nel 1996, nella quale figura un suo denso ed ampio saggio del 1998 su Le bràci del diritto costituzionale ed i confini della responsabilità politica.
Alessandro Pizzorusso, in occasione di uno degli incontri, ci disse che la nostra esperienza gli ricordava in una qualche misura quella del c.d. gruppo di Tirrenia – in diverse occasioni citato anche da Vittorio nei suoi scritti – sottolineando però una significativa differenza: “noi eravamo uniti principalmente da comuni interessi scientifici, nel vostro caso invece c’è qualcosa di più personale, scherzate come fra amici e vi volete bene”.
Il Maestro pisano aveva colto un aspetto davvero importante del nostro gruppo, inevitabilmente derivato anche dall’appartenenza, in larghissima parte, alla stessa generazione dei suoi componenti, al di là ovviamente degli orientamenti propri di ciascuno di noi.
Nel trascorrere della vita si fanno nuove conoscenze, in ragione degli impegni scientifici, delle cariche ricoperte o di quanto altro, ma difficilmente si riesce a creare un rapporto quale quello che si instaura nei primi o primissimi anni della carriera.
Solo in questi ultimi casi infatti, quasi incredibilmente, quando ci incontriamo, torniamo “i giovani costituzionalisti”, con atteggiamenti, scherzi, ricordi e quant’altro che risultano poco confacenti a “vecchi professori”.
Purtroppo i “giovani costituzionalisti” del 1990 oggi si sono ridotti a poco più della metà, gli altri ci hanno lasciato.
2. Un grande giurista
Vittorio Angiolini è stato uno studioso fuori dal comune, sotto più aspetti.
Il diritto costituzionale, pur nella sua attitudine a coprire ambiti materiali di considerevole estensione, gli stava comunque stretto: la sua formazione culturale, maturata principalmente sotto la guida magistrale di Giorgio Berti, la sua straordinaria e insaziabile curiosità intellettuale, la sete mai pienamente appagata di conoscenza lo hanno portato a coltivare, con capacità di approfondimento di raro riscontro anche per i giuristi maggiormente attrezzati, non soltanto i campi di studio usualmente considerati propri del diritto costituzionale ma anche (e prima ancora) quelli del diritto amministrativo e, persino, del diritto tout court. Per questo verso, può dunque annoverarsi a buon titolo quale un pubblicista a tutto tondo e, anzi, appunto quale un giurista, puramente e semplicemente. E non è di secondario interesse notare che i suoi studi di maggior respiro teorico si distendono ben oltre i confini che da una lunga e risalente tradizione sono riconosciuti come esistenti tra le discipline suddette cui ha dedicato analisi particolarmente accurate ed approfondite, anche in forma monografica.
Non a caso, d’altronde, ha rivestito la qualità di professore di ruolo, dapprima associato e poi di prima fascia, sia di diritto amministrativo (dal 1988 al 1990) e, a seguire, di diritto costituzionale (a Ferrara, quale titolare di prima nomina, e quindi in Cattolica e poi alla Statale a Milano, dove comunque, a partire dal 1996, ha tenuto anche i corsi di Diritto urbanistico: a conferma, appunto, della varietà dei suoi interessi e dell’apertura della sua formazione culturale).
Occorre andare molto indietro nel tempo per trovare altri studiosi dai connotati simili a quelli di Vittorio, quale G. Zanobini, che tenne sia la cattedra di Diritto costituzionale che quella di Diritto amministrativo.
Come hanno efficacemente detto nel loro commosso e commovente ricordo nel sito AIC M.A. Cabiddu e M. Magri, Vittorio aveva la “singolare capacità di guardare ai grandi temi di diritto costituzionale con il bisturi dell’amministrativista e alle questioni di diritto amministrativo con il grandangolo del costituzionalista”.
Ha consegnato alla comunità scientifica ed agli operatori analisi estremamente accurate ed approfondite, veicolate da una prosa espressiva di un patrimonio di conoscenze ricchissimo e vario. Le ricostruzioni prospettate degli istituti fatti oggetto di esame, in cui dava prova della sua robusta personalità di studioso, potevano (e possono) – com’è chiaro – non condividersi in alcuni punti; con esse, però, chi tornava a trattarne non poteva comunque fare a meno di confrontarsi e, allo stesso tempo, di riconoscere il rigore e la solidità dell’impianto metodico, la finezza dell’argomentazione, la linearità degli svolgimenti addotti a sostegno della tesi di volta in volta patrocinata, il coraggio di misurarsi con le questioni di maggior impegno teorico, quali quelle di potere costituente, sovranità, diritti fondamentali.
Non si può, poi, invero non restare ammirati davanti alla varietà degli interessi di ricerca coltivati anche con scritti di respiro monografico. Ha esordito con uno studio dedicato a Gli organi di governo delle regioni (Giuffrè, 1983), seguito a distanza di pochi anni da uno su Necessità ed emergenza nel diritto pubblico (Cedam, 1986) e, subito appresso, da un altro su La manifesta infondatezza nei giudizi costituzionali (Cedam, 1988) e, poi, un altro ancora su Diritto comunitario e diritto interno: riflessi amministrativi e costituzionali, in coll. con N. Marzona (Cedam, 1990). Nel 1992, a distanza di meno di due anni e sempre per i tipi della Cedam, è venuto alla luce il libro su Riserva di giurisdizione e libertà costituzionali e, quindi, quello su Costituente e costituito nell’Italia repubblicana (Cedam, 1995). Nel 2005, ha dato alla luce il libro su Il diritto degli individui, edito dalla Giappichelli e, sempre per i tipi di questa casa editrice, nel 2012, Diritti umani: sette lezioni, e, nel 2016, Sulla rotta dei diritti: diritti, sovranità, culture.
Varietà d’interessi, si diceva. Non è un caso, tuttavia, che molti degli scritti ora richiamati, soprattutto i più recenti, si facciano carico della condizione dei diritti, in ispecie di quelli delle persone maggiormente vulnerabili ed esposte, alle quali Vittorio ha peraltro costantemente volto il suo sguardo pensoso e compartecipe, anche con scritti non aventi carattere monografico e tuttavia ugualmente approfonditi e ricchi di suggestioni e di indicazioni di particolare interesse teorico.
Insomma, anche le analisi che, a prima vista, si appuntano su temi e problemi relativi all’organizzazione sono, in realtà, pur sempre svolte dalla prospettiva della persona, dei suoi diritti fondamentali, della sua dignità. In ciò si rispecchia e mirabilmente esprime la sostanziale unità della Costituzione, il suo fare “sistema”, la disciplina di organizzazione ponendosi comunque in funzione servente nei riguardi di quella di carattere sostanziale, in ispecie – come si è venuti dicendo – di quella concernente i diritti, e tutte comunque orientate alla ottimale implementazione dei principi fondanti la Repubblica.
3. Un grande uomo
Alla luce delle notazioni appena svolte, si può cogliere ed apprezzare fino in fondo, unitamente alla vigorosa personalità dello studioso, anche (e soprattutto) la non comune carica di umanità che Vittorio possedeva e che manifestava tanto nei rapporti con i colleghi che gli erano anche amici, quanto in occasione dell’esercizio della libera professione, svolta ad altissimo livello e con personale coinvolgimento soprattutto per la condizione – come si diceva poc’anzi – delle persone maggiormente bisognose di cure e di attenzioni.
Se n’è avuta, forse, la più emblematica espressione in occasione del caso Englaro che lo ha visto protagonista di una accesa battaglia legale cui è stata data – com’è noto – ampia risonanza dai grandi mezzi d’informazione. Non è un caso, d’altronde, che lo stesso padre della sfortunata ragazza, Beppino Englaro, abbia voluto lasciare traccia della stima e gratitudine nutrita verso Vittorio in una raccolta di scritti a lui dedicata in occasione del suo pensionamento (Questioni vecchie e nuove di diritto costituzionale. Scritti in onore di Vittorio Angiolini, a cura di M. D’Amico e L. Del Corona, Giappichelli, Torino 2025), dando al suo contributo un titolo che parla da solo: Un grande costituzionalista per un grande caso di diritto costituzionale, 135 ss.
Non minore considerazione va, poi, data alle questioni in materia di lavoro di cui Vittorio si è fatto molte volte carico nel corso della sua attività professionale, ancora una volta a difesa di posizioni soggettive particolarmente meritevoli di tutela e concorrendo perciò fattivamente alla conversione del diritto costituzionale vigente in vivente, in relazione ad un valore fondamentale – il lavoro –, non a caso menzionato dalla Carta in due principi fondamentali.
4. Un grande amico
Gli autori di queste succinte notazioni dedicate alla figura ed all’opera di Vittorio Angiolini hanno particolarmente a cuore di ricordarlo soprattutto per ciò che è stato per loro e per molti altri: un amico, anzi un grande amico, generoso ed affettuoso sempre. A volte, ciascuno di noi singolarmente e a volte tutti assieme abbiamo animatamente discusso o, diciamo pure, polemizzato con Vittorio. Ogni confronto, però, si concludeva sempre con un sorriso disarmante da parte sua, toto corde ricambiato da parte nostra.
Di Vittorio ci mancano gli sprazzi della sua vivida intelligenza, le battute ironiche in cui l’anima del toscanaccio veniva fuori nelle sue più veraci e brillanti espressioni, il calore della sua amicizia che sentivamo essere sincera e che, peraltro, traeva costante sostegno e alimento dalla schiettezza e purezza dei sentimenti che ci legavano, mai incrinati da alcuna ombra. Potevamo non sentirci anche a lungo ma, poi, bastava anche solo una telefonata o, magari, un incontro occasionale per colmare i vuoti del tempo.
Lo abbiamo visto molto contento in occasione dell’incontro, poc’anzi richiamato, che è stato organizzato a Milano per onorarlo: rivedeva vecchi e cari amici, estimatori, colleghi. E noi felici con lui.
La vita gli ha riservato non poche amarezze e dolori. È stato molto provato dalla malattia che lo ha obbligato ad avvalersi per i suoi spostamenti di una sedia a rotelle. Nel corso di una telefonata con uno di noi ha reso ancora una volta testimonianza di cosa significhi essere un vero uomo, dicendo che l’immobilità dovuta alla malattia non gli impediva di camminare ugualmente a testa alta e con schiena diritta lungo i sentieri della vita. E così ha fatto finché ha potuto.
La scomparsa di Vittorio ci fa sentire più soli, gli volevamo bene, perdiamo un amico di vecchia data.
Altri saranno i momenti per un’adeguata riflessione sulla sua poliedrica personalità di studioso, adesso vogliamo solo piangere la scomparsa di un amico carissimo, abbracciando forte Chiara e la sua famiglia.
Ci manca molto.
Roberto Romboli – Antonio Ruggeri





